(di F. Farolfi)
Cogliendo le forti emozioni di Roberta ed Elisa, venute per la prima volta in Repubblica Centrafricana (RCA) per visitare i diversi progetti dell’Associazione Amici per il Centrafrica, non potevo esimermi dal tentare di trascriverle. A volte si ha bisogno di prendere in prestito le parole di altre persone per chiarire a se stessi e agli altri le motivazioni di scelte profondamente controcorrente. Come quella di scegliere di abitare, in tutti i sensi del termine, un paese, come la RCA. Sconosciuto, fragile, scomodo. Eppure capace di lasciare un segno profondo in chiunque lo attraversi, lo incontri davvero, e si lasci toccare dalla sua umanità.
Roberta, volontaria prima e segretaria dell’Associazione dal 2020, mamma di due ragazzi con due storie di nascita diverse (la prima adottiva e la seconda biologica) ed Elisa, figlia di Giuliano, volontario storico dell’Associazione, provano a raccontare questo viaggio, durato poco meno meno di due settimane. Che hanno trascorso incontrando famiglie, mamme con i loro bambini, camminando per le strade polverose, respirando i profumi e gli odori della foresta equatoriale, e facendo conoscenza con il popolo Aka (Pigmei) nel campement di Ngouma. Dove l’avventura di Amici per il Centrafrica ha avuto inizio. Ben venticinque anni fa.

E’ Elisa a tentare per prima di dare voce à ciò che ha vissuto. Si rende conto del perché suo papà, al rientro dal primo viaggio in Repubblica Centrafricana, non fosse riuscito a parlare per un paio di mesi della sua esperienza in Africa. E dice: “Io sono legatissima alla mia famiglia”. E’ sposata, con due figlie quasi ventenni. E aggiunge: “Non avevo mai fatto viaggi senza mio marito o qualche altro componente della mia famiglia. Temevo di sentire la loro mancanza. Invece non é successo”. Elisa é sopraffatta da quello che sperimenta in questa terra. Tante le emozioni nel vedere gente vivere gioiosa, nonostante sfide enormi, gente con il sorriso, senza una casa, senza luce, senza acqua. Come i Pigmei nella foresta equatoriale. “Sto bene qui. Questo mi fa capire di essere al posto giusto. Non mi era mai successa una cosa simile nella mia vita”. Elisa intuisce già che, al rientro, non sarà facile raccontare subito quello che ha vissuto.
Anche Roberta é stata toccata profondamente dal percoso dell’Associazione: dagli inizi nella foresta equatoriale fino all’impegno di oggi, nei progetti educativi, sanitari e di formazione professionale, che coinvolgono non soltanto la capitale, ma soprattutto le periferie, particolarmente le regioni centro-orientali del paese. “L’emozione più grande l’ho provata nel campement dei Pigmei”, racconta. “Sfioravo i bambini e loro mi sorridevano. Passavo tra le loro capanne e continuavano a rispondermi che stavano bene. E dentro di me, mi chiedevo: come si fa a dire “ça va bien”, quando non hai niente, neppure un letto su cui dormire?” Sono grandi le domande che si affollano nella testa di Roberta. Ma, come lei rammenta, l’Associazione Amici per il Centrafrica non ha mai voluto sdradicare la popolazione dalle proprie abitudini, dalla propria cultura. E allora una domanda diventa inevitabile: “Chi sono io per pensare che loro non siano felici qui? Evidentemente hanno ciò di cui hanno bisogno”. E’ stato l’inizio di una lenta elaborazione. Roberta intuisce già che, una volta rientrata in Italia, la sua vita avrà uno nuovo sguardo sulle cose, più profondo, più essenziale.
Elisa pensa ad Ornella, una ragazza di diciassette anni con un bimbo di sei mesi da accudire e una casa da mandare avanti. “Qui i bambini sono già adulti. Sin da piccoli sono costretti a cavarsela da soli”. E aggiunge: “Non c’è la mamma che ti prepara da mangiare, non c’è la mamma che ti fa il letto, non c’è la mamma che ti lava e stira i vestiti per andare a scuola”. E ricorda con commozione la danza in foresta con i Pigmei. Al buio. Con una torcia in mano. Cantando le canzoni di Mina. Per poi seguire i passi delle loro danze. Indimenticabile anche l’accoglienza di Buba, un commerciante mussulmano. “Aveva mille cose da fare”, ricorda Elisa, “eppure ci ha accolto in casa sua. Il pranzo condiviso, la sua famiglia, il giro al mercato con la sua mano in quella di Giuliano sono stati un segno di amicizia più grande di qualsiasi trattato di pace firmato dai grandi del mondo!”

Roberta non vuole lasciare indietro un altro aspetto fondamentale della sua esperienza in Centrafrica: la condivisione in casa, con gli amici con cui é partita e con i responsabili locali. “Sedersi attorno ad un tavolo, raccontarsi le esperienze come fossimo una famiglia”, dice, “e sentire con forza la motivazione comune che ci unisce e ci sostiene nel continuare a lavorare insieme per quest’Associazione”.
Elisa insiste sull’importanza di vivere un’espereinza in Africa in prima persona. I racconti non bastano. “Mio padre mi racconta di questo paese da 14 anni. Ho visto video, centinaia di fotografie, ascoltato le sue parole ad ogni suo rientro. Eppure adesso é tutto diverso: ho riconosciuto io stessa i luoghi, di cui mi aveva parlato”. Per quanto si possa provare a spiegare, trasmettere, raccontare quello che si é vissuto, non basta. “Una foto o un video non renderanno mai davvero ciò che questo paese ti riserva”, conclude. “Finché non si sperimentano le cose sulla propria pelle, non restano.” Sulla stessa lunghezza d’onda, Roberta rilegge il messaggio lasciato ai suoi amici alla fine del 2025, con l’augurio “di fare almeno una volta nella vita un’esperienza di questo genere”. E sussurra: “Il regalo più grande che quest’esperienza mi ha fatto é stato di ritrovare me stessa”. Che tradotto significa aver riconosciuto quel bisogno profondo, che ci accumuna tutti e che diventa sempre più difficile ascoltare nelle giornate vorticose della cultura occidentale: vivere la propria umanità nel senso pieno della parola, creando spazio, uno spazio grande, fatto di incontro, accoglienza, autenticità. Roberta ed Elisa avranno bisogno di tempo prima di poter raccontare quello che hanno visto e sperimentato, per trasmettere un messaggio che renda veramente conto dell’esperienza vissuta.
L’unico rammarico? La nostalgia delle stelle. Elisa ricorda la luna piena in foresta equatoriale, che le ha impedito di vedere le stelle. Ma saranno loro a indicare la strada per tornare, ancora una volta, nel cuore dell’Africa.


